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giovedì 31 maggio 2012

Questo blog, cinque mesi dopo...
è diventato, anche grazie al bengodi che si trova su internet, una sorta di percorso, uno spazio in cui ritrovare idee, suoni, immagini, divagazioni, brani del mio libro e rendere omaggio ai tanti, grandi, Artisti della vita.
Di sicuro non vi si fa e non vi si farà mercato.
Non sono un missionario, nè un illuso e non posso salvare il mondo. Una cosa posso però farla: guardarmi in giro e cercare di capire. Spero che questo blog possa diventare una fonte o una specie di via di comunicazione. Mi piace pensare che un anonimo lettore, da qualche parte nel mondo, rientrando a casa e collegandosi si possa magari chiedere: "... vediamo che gli è saltato oggi in testa...".
Per l'appunto ...vedremo.

mercoledì 30 maggio 2012

Parabole e Primavere arabe
Basta guardare a cosa hanno portato 74 anni di totalitarismo in Russia e cosa ne è oggi dell'Iraq e della Libia devastate in nome di un futuro migliore.
Basta guardare le "parabole storiche" (la rivoluzione russa, il nazismo, la Cina) per poter immaginare il futuro.


Non si può abbattere la casa in cui si vive se, prima, non è stata completata la nuova.
I Totalitarismi, per definizione, non ammettono alternative di governo.
Abbattere un Totalitarismo vuol dire quindi gettare, in ogni caso, un Paese allo sbando.
Solo l'atterraggio morbido verso nuovi sistemi di governo può risparmiare devastazioni e sofferenza ai Popoli e risparmiare a consunti dittatori comparizioni in barella nei tribunali.
E per far questo... ci voli 'sali. Cu iavi sali, conza a minestra.
Non è tempo per gli "arrivano i nostri".
Invece di metter mano al Kalashnikov, ai MIG o agli F18 bisognerebbe gettare sul tavolo principi morali.
E' possibile, non è Utopia.
E tutte le volte che è successo, il Mondo è diventato un pochino migliore.

martedì 29 maggio 2012

Bon tempu ie malu tempu, non dura tuttu n'tempu   (Proverbio siciliano)
Un invito a controllare l'arroganza quando si vince (il Ne quid nimis di Orazio e Terenzio)
e un'esortazione a non abbattersi, risollevarsi, quando imperversa la malasorte.


Vado in barca da oltre quarant'anni e solo una decina di volte mi sono trovato in condizioni dure.
Ogni volta, grazie a Dio, e tenendo i nervi saldi ne siamo usciti.
Tornato il bel tempo sembra incredibile che quello stesso mare, solo pochi giorni prima, potesse essere così infuriato. Situazioni del genere, in termini nautici, esprimono perfettamente il significato del proverbio. 

lunedì 28 maggio 2012

Zorba è il padre di Stavros del Capitolo 8?
Forse sì, dopo aver abbozzato il personaggio di Stavros mi piaceva pensare che "Zorba" (il personaggio di Nikos Kazantzakis) potesse esserne magari il padre, lo zio o, chissà, il nonno.
E la spiaggia del filmato sotto, una di quelle in cui mio nonno, il padre di mio padre, aveva dato fondo quando, ancora durante la guerra, dopo averlo "requisito", il Comando Marina lo aveva spedito con il suo peschereccio nel Dodecanneso.
Per salvare la pelle fu costretto (mi raccontò da bambino) ad affondare un sottomarino inglese: "Quella sera, quando il sommergibile inglese emerse all'improvviso a neanche trecento metri da noi, l'unica mia ossessione era salvare la pelle e la "roba", cioè la barca, non certo di andare dietro a medaglie e parate" mi disse con i suoi occhi azzurri annacquati dal tempo e affondati dalla cataratta.
Ricordo ancora, sul muro di casa sua, entrando a sinistra, il quadretto con il diploma "Medaglia d'Argento al Valor Militare".
"Zorba il greco" di Michael Cacoyannis,1964
Da Cap.8 "Kaos"
(Scena: un bar di Porto Empedocle, Agrigento; Tempi: attuali; Personaggi: Stavros (marinaio greco); Don Sebastiano Arena ("imprenditore"; Saro (suo assistente).

"Indicando il mare Stavros rispose: «Anche da noi, dall’altra parte di questo stesso mare, altre anime immense: Pericle, Socrate, lo stesso Platone, Aristotele e tanti altri ci hanno strappato alla barbarie» poi, scuotendo la testa «di anime così non ne sono più arrivate, per millenni. Sembra che dopo quell’immane parto la nostra terra sia, semplicemente, inaridita, sia diventata sterile come fosse conscia che non avrebbe più potuto dare niente di meglio. Sì, sono d’accordo,la ruota gira e chi vince dovrebbe ricordarsene sempre».
Don Sebastiano lo ascoltava con gli occhi a fessura: ne era assolutamente certo, non si sbagliava proprio su quel marinaio greco.

domenica 27 maggio 2012

mercoledì 16 maggio 2012

Shapour e Valeriano.
2005, sulla strada fra Shiraz e Persepolis.

video

martedì 15 maggio 2012

Bevendo Shiraz... a Shiraz
Nei primi del 2006, durante un viaggio in Iran, mi concessi una seconda visita a Shiraz, Persepolis e Pasargadae (volevo vedere la tomba di Ciro che purtroppo trovai ingabbiata dentro osceni ponteggi; mi dissero che era in quello stato da anni). Lungo il viaggio in auto chiesi al taxista cosa ne era stato del famoso vino Shiraz. Mi guardò sospettoso e non rispose.
Chiesi: "Ma qui, tutto intorno, dovevano esserci i famosi vigneti di Shiraz. Perchè hano proibito la produzione del vino? Perchè in questo paese non si può gustare nemmeno un bicchiere di vino?".
Distolse lo sguardo dalla strada, mi guardò per qualche secondo, inarcò il sopraciglio destro e non rispose.
Lo stuzzicai così per tutto il giorno.
La sera, dopo la splendida cena nel ristorante sotto, mi invitò a casa sua. Una volta in salotto, mi pregò di accomodarmi, tirò fuori una brocca di vino e disse complice: "Questo è per le occasioni speciali".
In base alla mia esperienza gli iraniani sono persone educate e cordiali.




   video

Shiraz a Shiraz

lunedì 14 maggio 2012

Propaganda sulla strada fra Shiraz e Pasargadae, Iran.
Nel 2005, lungo la strada fra Shiraz, Persepolis e Pasargadae (140 Km), vidi diversi bassorilievi scolpiti sui costoni delle rocce che costeggiano la strada. Shapour I li fece scolpire  dopo la sua vittoria sull'imperatore Valeriano (battaglia di Edessa (260 d.c.). Come Traiano conosceva bene le regole della propaganda e, giustamente, non si fece sfuggire l'occasione.
Questo succedeva circa sei generazioni dopo il regno di Adriano (117 - 138).

Valeriano si prostra ai piedi di Shapour
 
 

 


domenica 13 maggio 2012

Arco e bersaglio
Dalle "Memorie di Adriano", di Margherita Yourcenar, 1951.
"Vissi laggiù tutta un'epoca di esaltazione straordinaria, dovuta in parte all'influenza d'un gruppo di luogotenenti che avevo intorno; essi, dalle più remote guarniglioni d'Asia, erano venuti a conoscenza di strane divinità. Il culto di Mitra, che allora era meno diffuso di quel che non sia divenuto dopo le nostre spedizioni contro i Parti, mi attirò qualche tempo con le esigenze di quell'arduo ascetismo, che tendeva duramente l'arco della volontà, con l'ossessione della morte, del ferro e del sangue, che elevava al livello di spiegazione del mondo i banali disagi della nostra esistenza di soldati.
Mitra uccide il toro.
Nulla poteva contrastare di più con le opinioni che cominciavo a formarmi sulla guerra; ma quei riti barbari, che creano tra gli affiliati legami di vita e di morte, lusingavano le fantasticherie più recondite d'un giovane impaziente del presente, incerto dell'avvenire, e proprio per questo accessibile agli dèi. Fui iniziato in una torre di legno e di canne in riva al Danubio, fu mio padrino Marcio Turbo, un compagno d'armi. Ricordo che il peso del toro agonizzante fu lí lí per far crollare il pavimento a graticci sotto cui stavo per ricevere l'aspersione di sangue.


In seguito, ho riflettuto ai pericoli che possono rappresentare per lo Stato, sotto un Principe debole, siffatte società segrete, e ho finito per infierire contro di esse, ma confesso che quando si è in presenza del nemico esse conferiscono agli adepti una forza quasi sovrumana. Ciascuno di noi era convinto di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di Eraclite sull'identità dell'arco e del bersaglio. Allora, mi aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi di una stessa luce solare. 

sabato 12 maggio 2012

Stranieri
E' duro sentirsi stranieri all'estero, ma è atroce ritrovarsi, per l'ingordigia di pochi, stranieri in patria.
http://www.youtube.com/watch?v=F108veDL4i0
 "Lo straniero", Georges Moustaki, 1969
Paura, Vanità, Avidità, Invidia.
Cosa ha portato un individuo potente per decenni e ricco sfondato come quello qui sotto... a finire così?
agosto 2011; Mubarak in barella al suo processo
La Paura?
La Vanità?
L'Avidità?
L'Invidia?
L'incapacità?
...o semplicemente la Stupidità?
Per la stragrande maggioranza degli arabi le "primavere arabe", purtroppo, non sono affatto primavere.
Sono solo rivolte, disperate rivolte, neanche rivoluzioni.
I loro "dominanti", piccoli clan ricchi sfondati e fuori dal mondo, li inchiodano ancora a un lungo inverno.
Alla Storia non si sfugge, la Storia insegna.
Buona fortuna (e di cuore).

venerdì 11 maggio 2012


Leonardo Sciascia,  da “Todo modo”

“E i libri che abbiamo letto, e gli amori, e gli inganni?
E possiamo anche fare a meno dell’adolescenza e della giovinezza: ma un uomo è quale i primi dieci anni di vita lo hanno fatto; e nulla sappiamo di lui se nulla sappiamo di questi suoi dieci anni..."

giovedì 10 maggio 2012

Marguerite Yourcenar, da "Le memorie di Adriano" 
Dalle "Memorie di Adriano", di Margherita Yourcenar, 1951.


"Sono pochi gli uomini che amano viaggiare a lungo; è una frattura continua di tutte le abitudini, una smentita inflitta incessantemente a tutti i pregiudizi.
Ma io facevo di tutto per non avere alcun pregiudizio, e pochissime abitudini.
Apprezzavo la delizia di un letto soffice, ma anche il contatto, l’odore stesso della terra nuda, le disuguaglianze di ogni segmento delle circonferenze del mondo.
Ero avvezzo alla varietà degli alimenti, all'orzo britannico e ai frutti africani.
Un giorno mi capitò di assaggiare perfino la selvaggina semiputrefatta, considerata una ghiottoneria presso certe tribù germaniche: la rigettai con disgusto ma l'esperienza fu tentata".

lunedì 7 maggio 2012

Taxi a Osaka
Nel 2004, arrivando in piena notte al KIX, l'aeroporto di Osaka, non potendo prendere il treno espresso per la città, presi un taxi: pulizia perfetta, coprisedili (in tessuto di poliestere bianco) immacolati, tassista in perfetto assetto (berretto e guanti bianchi compresi). Dopo un'ora di viaggio  arrivammo al Nikko Hotel. L'autista si voltò, mi sorrise, mi chiese la carta di credito ed armeggiò per addebitare l'importo (circa 130 dollari): Gelo! La stampante si era inceppata e la "strisciata" di carta era illegibile. Mi guardò sorpreso e smarrito, si profuse in mille inchini (da seduto), poi chiamò la centrale per sapere se l'addebito fosse andato a buon fine. Non ero incazzato, ero solo reduce da un volo di dodici ore, stanco e con il chiodo fisso doccia+letto.
Dopo circa dieci minuti di telefonate e tentativi vari gli feci segno di andare alla reception dell'hotel (lui non parlava inglese, io non parlavo giapponese). Chiesi al receptionist di prendere i riferimenti del taxi, poi pagai, nuovamente, questa volta cash, l'importo all'autista.
Il receptionist emise un  secco singulto che significava un chiarissimo: "Sarà fatto".
Il tassista, a sua volta, inchinandosi e camminando all'indietro si scusò per tutti i trenta metri che lo separavano dall'uscita.
Una volta in camera mi fiondai sotto la doccia.
Non erano passati venti minuti (saranno state le tre e mezza di notte) che squillò il telefono: era il receptionist che chiedeva di venire in camera. Dopo pochi minuti arrivò insieme al tassista il quale, a braccia tese e capo chino, mi porse una busta bianca: dentro c'erano 130 dollari. Poi, chiedendo al receptionist di dirmi che era mortificato, inchinandosi e camminando all'indietro mi salutò augurandomi buona notte.



video

KIX Kansai International Airport




Express Train KIX - Osaka

domenica 6 maggio 2012

Taxi a Mosca
Molti anni fa (verso il '95 credo) arrivai all'aeroporto di Sheremetjevo a Mosca. Recuperati i bagagli mi avviai verso il parcheggio dei taxi. Arrivato il mio turno salii a bordo ma, a gesti, l'autista mi fece capire che, prima, avrei dovuto andare allo sportello "Taxi" nella Sala Arrivi, dichiarare dove dovevo andare, pagare, e poi tornare da lui con il voucher. Mi disse, anche, che mi avrebbe aspettato.
Andai. Con la mia mimica da meridionale, aiutandomi con il fax della prenotazione alberghiera speditomi da Alexei Peskov, il mio cliente russo, riuscii a far capire alla grassissima impiegata annidata dietro un impenetrabile vetro... dove volevo andare: Rossja Hotel, a 300 metri dal Cremlino. 
Mi chiese il passaporto (sic!), mi fece pagare (circa 60 dollari) e mi dette un voucher.
A gesti chiesi se avrei dovuto pagare altro all'autista. Risoluta rispose: "Niet!".
Rossja Hotel, Mosca (demolito negli scorsi anni)
Ritornai nell'area taxi. L'autista era ancora li. Caricammo le due valigie e ci avviammo.
Lui non parlava ingese. Io non parlavo russo. Durante il viaggio (un'ora per 30 Km) mi guardava ripetutamente nello specchietto retrovisore. Io avevo stabilito di dargli, comunque, una mancia di 5 dollari. Il tipo mi guardava con occhi rapaci ed io avevo l'impressione che mi stesse "fiutando". Una volta arrivati al Rosssja, prima di scaricare i bagagli, mi chiese, secco, 20 dollari.
Io chiesi: "Perchè?"
"Per i bagagli" rispose lui.
A gesti gli feci capire che era una balla e che la donna dello sgabuzzino mi aveva detto che era tutto compreso. Mentre parlavo con lui facevo roteare lo sguardo. Agganciai un portiere del Rossja e gli chiesi, mostrandogli i 5 dollari, di prendere le mie valigie dal bagagliaio. Venne immediatamente. L'autista era verde di rabbia. Gli dissi, calmo, che avremmo chiarito con la Milicija.
Una volta che le valigie furono sul trolley del portiere lo mandai, visibilmente, a farsi fottere. Fui ricambiato immediatamente. Nero in faccia risali sul taxi: Pirla, per essere ingordo, si era fregato, da solo, 5 dollari.
 

sabato 5 maggio 2012

Milioni a gogò da "Il Guado"
... dove si narra di milioni di "cervelli" trapanati dalle strategie di psicologi e multinazionali. 
Cap.2 "Eldorado"
(Scena: Hotel "Stella Maris", Camogli; Tempi: attuali; Personaggi: Eric Desayeux: pubblicitario; Aline: modella)
Milioni a gogò
«Aline, io e tutti gli altri pifferai di questo mondo siamo i Persiani, siamo i sacerdoti del Gran Re, i mercenari della globalizzazione. Noi per colonizzare le menti altrui disponiamo di capitali immensi. Abbiamo il potere di ipnotizzare con immagini oniriche, affascinare con dissolvenze e rallentatore, turbare con musiche inquietanti, eccitare con sguardi ambigui, irretire con respiri orgiastici, abbindolare con frasi a effetto, catturare con sequenze sensuali, far rincoglionire con scene senza senso ripetute fino all’ossessione. I Greci? Le poleis? Dovrebbero essere i clienti, i consumatori, cioè i pesci sul sofà. Dico “dovrebbero” perché diventando nostri complici si sono già arresi. Consegnandoci menti e portafogli, hanno rinunciato a difendersi. Eppure ognuno di loro potrebbe diventare un Leonida, potrebbe distruggerci facilmente. Basterebbe che cominciassero a riflettere e si ribellassero, senza aspettare l’eterno cavaliere bianco, la grande, eroica occasione o l’evento risolutore di tutta una vita. Cominciando dalle piccole cose potrebbero diventare, tutti e da subito, dei Leonida».
Aline lo guardava senza capire.
«Un mio caro amico, pifferaio anche lui, è riuscito con le sue pasticche, in pochi anni, a far pagare il caffè otto volte il prezzo della miglior miscela sul mercato».
Aline lo guardava come una bambina che ascolta una favola.
«Come ci è riuscito? Semplice: in modo cartesiano e con largo uso di fondi. Primo: con tecniche da spacciatore di droga, ha regalato a piene mani la prima dose: la macchinetta. Buon design e costruita in Cina. Secondo: ha disegnato degli imballaggi stupendi ed evocativi, anche se inutili e tragicamente inquinanti. Una cosa è imballare in un sol colpo cinquecento grammi, un’altra è imballare cento volte cinque grammi. Terzo: ha costruito dei “templi”: dei negozi raffinati dove macchinette del caffè e pasticche multicolori vengono esposte in intime cripte sul muro, avvolte da luci soffuse, come fossero divinità policrome. In alcuni negozi ha anche previsto dei sancta sanctorum, degli spazi interni in cui commessi sacerdoti officiano con movimenti misurati il rito del caffè. Mi ha detto che in quei negozi vuole dare ai polli, quelli che io chiamo pesci sul sofà, l’illusione di far parte di un’elite. Quarto: ha arruolato il bell’attore superpagato che, ossessivamente, con sguardi sbarazzini, e frasi accattivanti, come un cane da gregge, ha il compito di spingere le pecore dietro lo schermo… dentro la stalla. Ultimo: avendoli già incatenati alle sue pasticche, perché la macchinetta funziona solo con quelle, presenta il conto, spudoratamente salato: otto volte il prezzo della miglior miscela sul mercato. È un genio, in pochi anni ha messo su un business milionario, tolto la “libertà di caffè” a polli, pecore e pesci e conquistato segmenti su segmenti di mercato. Una Austerlitz, visionaria e trionfale. Pochi mesi fa, di passaggio a Parigi, è venuto a trovarmi a cena: adora i miei branzini in crosta di sale. A fine serata, al momento del caffè, quando ho tirato fuori il mio barattolo di “Chicco d’Oro” e la vecchia, gloriosa, Bialetti, scuotendo la testa, ha ghignato: "La migliore, è quella che uso anch’io, ci tengo alla mia libertà, ma la mia… è blu”. È un genio, un bastardo, un mercenario del Gran Re e un grande amico».
Aline lo guardava stupita, come se Eric avesse tolto un drappo a un quadro che aveva avuto sotto il naso per tanto tempo e le avesse mostrato quel che lei non era stata in grado, da sola, di vedere.
«Aline, con le stesse tecniche e dei buoni budget possiamo vendere anche titoli spazzatura a peso d’oro: hai mai sentito parlare della Parmalat? O far eleggere presidenti come saponette, con buona pace della democrazia».


venerdì 4 maggio 2012